Il volto dell’arte contemporanea @Premio San Fedele Arti Visive

É possibile, nel 2015, che la Chiesa e il mondo dell’arte possano “fare la pace” e “ritornare amici”, come proponeva candidamente Paolo VI nel lontano anno domini 1964 in occasione della storica Messa con gli artisti? Certamente gli errori, da entrambe le parti, a cui Papa Montini attribuiva l’allontanamento tra i due storici “alleati” rimangono in parte attuali, ma negli ultimi anni sembrano essersi moltiplicati i tentativi di ristabilire una nuova relazione: ne sono un esempio non solo il ritorno stabile della Santa Sede alla Biennale di Venezia, ma anche la crescita di una serie di esperienze “dal basso”. Tra queste spicca la Galleria San Fedele di Milano, da oltre 60 anni teatro di vivaci incontri artistici nel cuore della City finanziaria, a fianco della chiesa omonima che conta meno parrocchiani di un paesino di campagna ma ospita una spettacolare collezione in cui opere antiche e moderne dialogano a meraviglia.

Nel 2004, nel tentativo di riallacciare un dialogo con il mondo dell’arte contemporanea la Galleria, diretta dal teologo e storico dell’arte gesuita padre Andrea Dall’Asta, ha “rispolverato” e rilanciato il Premio San Fedele Arti Visive dopo la sua soppressione nel 1968. A distinguere l’iniziativa, rivolta agli artisti under-35 sia affermati che in via di formazione, dai numerosi concorsi artistici è una chiara finalità educativa: proponendo ogni anno un diverso spunto di riflessione, la Fondazione intende infatti incoraggiare i giovani artisti a confrontarsi con “i temi della vita e della società”, combattendo “la tendenza attuale a un’arte troppo autoreferenziale, ripiegata su se stessa”. Anche se non è richiesto che questa ricerca tocchi il tema del sacro, l’obiettivo è quello ambizioso “promuovere un’arte che parli dell’esperienza umana e di ciò che la trascende“: in altre parole, di recuperare quella che è sempre stata e può ancora essere la funzione dell’arte (quella profonda, non quella ornamentale o devozionale con cui è stata spesso scambiata in ambito ecclesiastico).

Per l’edizione 2014/2015, la commissione ha proposto il tema del ritratto: più che un semplice oggetto di ricerca, una vera e propria forma artistica che porta con sé un complesso retaggio storico e culturale. Come precisano gli organizzatori, “riflettere sul ritratto vuole dire” infatti “interrogarsi sull’identità dell’uomo, sulle sue aspirazioni, sui suoi desideri, come sulle sue lacerazioni e sul suo dolore”. E una volta persa o sospesa la natura religiosa dell’immagine (nel senso della trascrizione del Volto divino), il ritratto contemporaneo “appare piuttosto oggi la rivelazione della frammentazione di un mondo, in cui si fatica a cogliere orizzonti condivisi, valori riconosciuti da tutti come fondanti la società”.

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La prima cosa a colpire visitando la mostra che espone i lavori degli 11 partecipanti, ognuno accompagnato nel suo percorso creativo da un curatore, è che ben pochi di essi corrispondono a ciò che intendiamo comunemente con ritratto. Il che richiede di ampliare le nostre categorie, accogliendo i grotteschi volti umani realizzati in denim da Afran (il Nonno, l’Onorevole e il Bauscia) o il ritratto collettivo di una comunità montana del Piemonte Occidentale tratteggiato per absentia da Miriam Secco attraverso i passaporti degli abitanti che hanno lasciato la vallata. A risultare assente è la pittura e non è un caso che i lavori che più si avvicinano al ritratto “tradizionale” siano al confine tra fotografia e giornalismo: Vittorio Mortarotti, vincitore del Premio Rigamonti, accosta 50 foto segnaletiche di profughi trovate casualmente in Libia all’interno di un faldone denominato Originals, immagini tanto più toccanti quanto “non-artistiche”, mentre il terzo classificato, il fotoreporter Pietro Masturzo, propone il ritratto nudo e crudo di Nabir, un uomo palestinese mutilato di un braccio da lui intervistato a Gaza. Se in queste due opere si ritrova ancora una presenza umana e il ricordo (o il desiderio) di un incontro, nel secondo e primo classificato se ne intravedono solo le tracce.

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Mi ritraevo nell’ombra di Michele Parisi, secondo classificato, ricostruisce su carta velina lo spazio di una camera, lasciando intravedere in un angolo la camera ottica dove è stata impressa l’immagine fotografica di partenza: il gioco di riflessi ricorda Las Meninas di Velazquez, ma qui il soggetto ritratto e ritraente si ritrae dalla rappresentazione (N.B. il gioco di parole è strettamente derivato dal titolo dell’opera) lasciando solo un indizio discreto della propria presenza.

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Se n’è andata senza lasciare traccia, l’opera della vincitrice Laura Bisotti, affronta invece il tema dell’assenza in modo ancora più deciso e commovente. L’artista piacentina realizza un ritratto particolare della nonna scomparsa in circostanze non chiare nel 2011 e mai più ritrovata: a terra, quella che potrebbe sembrare a prima vista una lapide (ma è la scritta “non è una tomba” ad avvertirci) si rivela un proiettore che illumina e riproducendo sul soffitto la mappa delle ricerche condotte invano dalla Protezione Civile, quasi a ricreare una nuova costellazione. Nel passaggio tra i due piani c’è tutto il bisogno dell’artista, e il nostro, di un luogo dove ricordare la persona scomparsa e allo stesso tempo la necessità di credere che essa si trovi altrove.

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Se in altre opere rintracciare il tema del ritratto richiede uno sforzo intellettuale considerevole, a dominare nella mostra è la nostalgia per una presenza umana che si è ritirata, da cui in molti casi traspare però anche l’attesa di una presenza che deve ancora venire. E se, inaspettatamente, a ritornare fosse proprio quella Presenza evocata con delicatezza da Andrei Ciurdarescu nel suo Volto della Vergine, il cui sfregio richiama l’atto di vandalismo compiuto contro la Pietà di Michelangelo (e con esso la violenza iconoclasta dei fondamentalisti di oggi)? Sicuramente vale la pena di stare a vedere, godendo nel frattempo dell’amicizia creata dal Premio tra gli organizzatori, gli artisti, i curatori e il pubblico, palpabile all’inaugurazione.

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