La libertà di un futurista senza manifesti: Osvaldo Bot a Piacenza

Quando, molto tempo fa, mi dissero che Bot era l’acronimo di “Barbieri Osvaldo Terribile”, pensai che uno che aveva il coraggio di scegliere un nome d’arte così dovesse essere necessariamente un genio. Bot. I futurismi di un giocoliere allo spazio mostre della Fondazione di Piacenza e Vigevano dal 18 Settembre al 22 Novembre (la prima dopo quella sfortunata del 2006, rivelatasi composta da falsi) conferma questa impressione, mostrando al pubblico tutte le sfaccettature della “terribilità” dell’artista piacentino scomparso nel 1958. Talmente ampia è la varietà delle esperienze artistiche vissute da Bot da indurre la curatrice Elena Pontiggia a rinunciare ad un percorso cronologico a favore di un’organizzazione tematica articolata in otto sezioni: il paesaggio, il lavoro, la fotografia, l’Africa, il volto, il clown, la guerra e il sacro, oltre ad una selezione di materiale editoriale e grafico. Scorrendo le date indicate sulle didascalie (purtroppo non presenti in tutte le sezioni) si ha la sensazione, infatti, di essere proiettati in un “eterno presente”, in parte perché Bot utilizza, anche nello stesso periodo, linguaggi e forme diverse, ma soprattutto alla straordinaria attualità della sua opera e della sua stessa personalità.043

E pensare che Bot era partito decisamente in ritardo. Nato nel 1895, il piacentino sembra acquisire da subito la tipica mise dell’artista d’avanguardia: frequenta prima l’Istituto d’Arte Gazzola e poi la Società Umanitaria di Milano e l’Accademia Ligustica di Genova ma sempre in modo irregolare, adotta un nome di battaglia ancor prima di dedicarsi seriamente (ma con serietà molto relativa e particolare) alla pittura, si arruola come volontario nella Prima Guerra spinto da un impulso patriottico. Le sue prime prove artistiche, soprattutto paesaggi, tuttavia, si svolgono in uno stile attardato tra il verismo e il simbolismo di fine ‘800. Nel 1928, Bot intravede nell’adesione al Futurismo (in realtà propostagli, o meglio ancora impostagli da Marinetti, colpito da un suo ritratto “sintetico” di Mussolini) l’opportunità di recuperare il tempo perso, ma sono passati ormai quasi vent’anni dalla pubblicazione del primo Manifesto e il movimento è giunto alla seconda generazione, quella di Depero e Prampolini (dei primi esponenti, Boccioni è morto in guerra, mentre Carrà e Severini hanno compiuto da tempo il proprio “ritorno all’ordine”). Ad ogni modo, quella futurista è per Bot una stagione di creatività fervida, in cui sperimenta, in un arco di tempo ristretto, una varietà quasi sterminata di linguaggi e materiali: l’aeropittura (paesaggi costruiti grazie alla sintesi di sensazioni di volo), la sferopittura (basata su circonferenze di colore, quasi un’evoluzione del puntinismo), la cartopittura (italianizzazione del collage cubista), la ferroplastica (assemblaggi di ascendenza dadaista con inserti metallici), la filoplastica (sculture realizzate in fil di ferro, con un effetto più grafico e caricaturale che propriamente plastico), e dei curiosissimi montaggi fotografici (in collaborazione con Gianni Croce) in cui sfrutta il gioco delle ombre per animare le proprie stesse opere, dando forma a dei piccoli “mondi virtuali” ante litteram. Arriva, presto, il riconoscimento pubblico e, tra il 1929 e il 1932, le esposizioni a Venezia, Milano, Parigi e Atene. Quella di Bot è pero, evidentemente, una genialità troppo esplosiva e magmatica per poter restare confinata all’interno della gabbia dogmatica di un movimento che si definiva come una “religione” e si trovava ormai impligliato nelle maglie ideologiche del fascismo: in definitiva, il futurismo è per lui solo un’etichetta di cui servirsi per promuovere la propria multiforme ricerca. Nel 1934 il vate Marinetti se ne accorge e gli ritira il proprio appoggio, accusandolo di mescolare lavori futuristi ad opere “passatiste”. Si ricorda di lui, però, Italo Balbo, colpito anch’egli da un suo ritratto di Mussolini, che nel 1934 lo invita a raggiungerlo in Libia, permettendo a Bot di fare il suo personale incontro con l’arte africana. Ancora una volta, Osvaldo è in ritardo di decenni rispetto ai vari Gauguin e Picasso, ma la sua fascinazione per l’Africa è di un’intensità senza precedenti, tanto da spingerlo ad inventarsi una sorta di “futurismo africano”, di cui la mostra offre esempi gustosissimi, e ad esporlo dietro lo pseudonimo arabeggiante di Naham Ben Abilàdi: un’immedesimazione ben più profonda di una superficiale appropriazione stilistica o del consueto paternalismo coloniale.

Bot Africa

Tornato in Italia, allo scoppio della guerra Bot abbandona ogni residua nostalgia militarista per rappresentare senza filtri gli orrori della guerra in una serie di paesaggi desolati e di dolenti collage metallici, documentati in una sala apposita. La stessa attenzione sarà rivolta, poi, all’impresa della ricostruzione, ritratta in maniera sintetica da uno splendido trittico presente in mostra. Nel dopoguerra, tuttavia, Bot è ormai isolato e rischia di perdersi, nell’incertezza se riprendere la sua ricerca futurista o seguire le riemergenti tendenze realistiche e neo-espressioniste. É verso la fine degli anni Quaranta, tuttavia, che viene ancora una volta folgorato da un incontro, quello con Lucio Fontana, in seguito al quale si dedicherà con passione alla ceramica. Con quali risultati qualitativi, lo dimostra la bella Natività del 1952, una delle tante “chicche” della mostra insieme alla caricatura futurista della moglie Enrica del 1930, alla Forchetta del 1933 e al Cristo Africano. Merita la visita anche la sezione grafica con le sintesi geometriche della serie Flora futurista e una selezione della incredibile messe di riviste a numero unico, cataloghi e cartoline con cui Bot – sotto il pretesto di diffondere il verbo futurista nella provincia piacentina – promuoveva in realtà se stesso, proponendosi come un precursore geniale e spregiudicato del self marketing artistico.

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Il ritratto di Bot che emerge dalla mostra è quello di un artista animato da un furore creativo incontenibile che, nella sua ricerca irrequieta e caotica, sempre in ritardo sulla storia, riesce a mantenere la propria libertà di lasciarsi colpire da ciò che di volta in volta lo affascina nella realtà e nella pittura. Proprio qui sta, come sottolinea giustamente la curatrice, l’attualità di Bot e la sua paradossale capacità di anticipo sui tempi: nell’intima refrattarietà a qualsiasi manifesto artistico o appartenenza di corrente, caratteristica che distingue l’arte contemporanea dalle avanguardie del ‘900.

Bot Enricafuturista

P.S. l’unica pecca della mostra è il sistema d’allarme particolarmente sensibile che si attiva a un metro dai quadri. Peccato che, negli spazi ristretti delle sale, questo significhi essere sottoposti ad uno stillicidio continuo.

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