Hang the curator! Idiosincrasie dell’arte contemporanea a #nuovicodici, Biennale di Soncino @Cremona

Ogni città la sua Biennale ha: oltre a Venezia, Johannesburg, Sydney e Istanbul, anche Soncino, graziosa cittadina del Cremonese, ha la sua rassegna d’arte contemporanea, che quest’anno è arrivata all’ottava edizione. In attesa di vedere la Biennale di Venezia, possibilmente prima che chiuda, ho visitato la sezione satellite di Cremona, dal titolo accattivante “#nuovicodici”, ospitata dalla splendida (e vagamente spettrale) cornice rinascimentale di Palazzo Stanga Trecco. La mostra si articola in ben 10 stanze affidate ad altrettanti curatori, dove sono esposte opere di ben 33 artisti.

Si inizia con una serie di cuffie che penzolano dal soffitto dello scalone, dalle quali è possibile ascoltare interviste rilasciate dai familiari delle vittime della strage di Ustica: è Quello che doveva accadere, un progetto di Giovanni Gaggia, operazione semplice e trasparente come la ricerca della verità che la anima. La accompagna un bel testo di Matteo Galbiati: “la verità ci aspetta sempre silenziosa e, sorretta dal ricordo, rimane viva in attesa del suo svelamento”. Fin qui tutto bene.

Poi si passa alla seconda stanza, dal titolo più enigmatico di #clangori. La curatrice, Ilaria Bignotti, spiega che “nella sua radice etimologica “clangori” contiene l’idea dell’urlo bellico, delle armi che stridono in lotta, del canto selvaggio, del silenzio prima della battaglia, dell’urlo non disperato, ma di speranza”. Sarà, ma risulta un po’ difficile applicare questa definizione alle sculture esposte, realizzate in tecniche diverse (ferro, legno, lana e fotografie) che, più che l’urlo e lo strepito, evocano un rispettoso quanto lievemente imbarazzato silenzio. Come Monologue di Michele Spanghero, che riprende il Teatro Regio di Parma deserto con i suoi rumori di sottofondo.

La terza stanza, #ladelicatezzadellamateria, collocata nel salone d’onore del palazzo, è l’unica a presentare esclusivamente opere site-specific: Riru’s song di Elena Modorati, Star stone circle di Vincenzo Marsiglia, Prospettive incompiute di Cesare Galluzzo e Prima ipotesi di potere di Gianni Moretti. Lavori improntati ad una semplicità artigianale, in cui conta la materia più che il concetto, che si integrano molto bene con l’ambiente, quasi come pezzi di design. Le difficoltà nascono quando si apprende dal curatore (ancora Matteo Galbiati) che le opere “conservano un’azione agente che, a stento, si chiude e conclude con la loro locazione; ma esse paiono tendere a una progressiva e diveniente modificazione che le accresce e le dilata nel tempo”. Bah…meglio non curarsi troppo e passare oltre.

IMG_1201

Le stanze 4 e 5, dal titolo assai originale di #duestanze (evidentemente l’hashtag è irrinunciabile), sono dedicate ciascuna ad un’artista, rispettivamente Pierluca Cetera e Stefania Galegati Shines, accomunati secondo il curatore dalla “pratica dello ‘spoglio’, ovvero rivelare l’umano-inumano in una ricerca assidua da parte di entrambi per la casuale profondità umana”. Il primo, “nei suoi dipinti su zinco della serie Rimozioni, spoglia e decontestualizza i corpi di personaggi noti come Amy Winehouse, Silvio Berlusconi o Gabriele d’Annunzio. Questi ultimi ci appaiono avvolti da un bianco azzerante e diventano icone innominabili, presentate al pubblico come ritratti dei quali calamite nere di varie dimensioni ne (sic!) coprono alcune parti”. Lungi dal limitarsi a contemplare queste meraviglie, allo spettatore è affidato “il compito, mediante la ricollocazione delle calamite, di decidere se svelare o negare la presenza di questi personaggi, se dare loro un ruolo o cancellarli dalla storia”. Wow, finalmente un esempio di partecipazione attiva del pubblico. In parole povere vuol dire che, trovandoti di fronte a uno pseudo-ritratto di Berlusconi come donna Rosa l’ha fatto, puoi azzardarti a spostare la calamita che ne copre le pudenda. Personalmente ho ritenuto preferibile lasciare le cose come stavano e passare alla sala successiva, dove gli “appunti videoregistrati” di Galegati Shines presentavano “matrimoni, riti collettivi, un elefante che cammina per strada…montati in un teatrino dell’assurdo, una sorta di antologia antropologica, un campionario di umanità scomposta”. Fortunatamente, come sottolinea il curatore Davide Quadrio, “il giudizio, ancora una volta, è strettamente personale e sarà lo spettatore a deciderne il destino”. Colgo al volo l’occasione per esprimermi in merito con una massima lapidaria: “è pretenzioso chiedere allo spettatore di partecipare all’opera se l’artista stesso manca di un minimo sindacale di partecipazione (alla realtà e all’umanità raffigurata), ponendosi come osservatore distaccato e snob“.

Le sale 6 e 7, #beyondboundaries, si pongono un tema interessante, quello dello “sconfinamento di tecniche e strumenti espressivi peculiare della nostra postmodernità”. Peccato che gli artisti non sappiano resistere alla tentazione di uscirsene con l’idea del secolo: nel caso specifico, Paolo Ceribelli e Giacomo Cossio sono evidentemente convinti che spruzzare di vernice rispettivamente delle piante da appartamento e dei soldatini di plastica basti per fare un’opera d’arte. A supportarne le ambizioni giunge ancora una volta il curatore, Chiara Canali, secondo cui con un semplice spruzzo di vernice “la sottile, intricata e precaria foreste di piante di trasforma” addirittura “in una nuova realtà parallela”.

nuovicodici-–-veduta-della-mostra-presso-Palazzo-Stanga-Trecco-Cremona-2015-2-480x360

Per brevità si possono sorvolare le sale restanti, tranne che per segnalare alcune gradite eccezioni: nella sala 9 #introspezioni, l’enigmatica Testa piccola in resina del gardenese Aron Demetz che fa capolino da un tronco di noce, Io e te di Michelangelo Galliani, in cui un volto in marmo nero è affiancato al suo calco in oro ad evidenziare in maniera poetica la crisi di identità dell’uomo contemporaneo e, nella sala 14 #artissocial, le due opere di Rocco Dubbini, Ecumene 03 e Mantra, la seconda un omaggio commosso e commovente a Pier Paolo Pasolini.

Demetz testa piccola

Dubbini_Mantra2013

Morale della favola: è noto che l’arte contemporanea include di tutto, con le discontinuità qualitative che ne conseguono, e che al suo interno è forte la tentazione dell’intellettualismo. Ma proprio per questo, ci si può chiedere se sia sensato concepire una rassegna di provincia come se fosse una Biennale di Venezia in miniatura, annegando anche le opere valide in un profluvio di supercazzole prematurate. Sembrerebbe, in molti casi, che piuttosto che avvicinare il pubblico all’arte, i curatori intendano ingrandire il solco già profondo, dimostrando la propria padronanza dell’arte di complicare inutilmente ciò che è semplice. L’esatto contrario dell’operazione tentata al Meeting.

Non è un caso che nei mesi scorsi Artribune si sia chiesta se oggi ci sia ancora bisogno dei curatori. Ma forse la domanda più corretta è: di quali curatori abbiamo bisogno?

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