Santa Maria dei Miracoli a Milano: una galleria di pittura lombarda

Per chi desidera conoscere meglio la pittura lombarda del Cinquecento ma non ha voglia di passare mezza giornata a Brera o di spendere 15 euro all’Ambrosiana, un’alternativa rapida e gratuita è la chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso. Ebbene sì, questo grande tempio cinquecentesco che si affaccia su Corso Italia con un bel quadriportico in mattoni disegnato da Cristoforo Solari, pressoché sconosciuto ai turisti ma molto caro agli abitanti del quartiere, ospita una vera e propria galleria che ben documenta lo sviluppo della pittura lombarda tra il primo ‘500 e il primo ‘600.

Si inizia con la prima cappella a sinistra, dove campeggia la bella Madonna con Bambino e Santi del Bergognone (databile al primo decennio del Cinquecento, quando l’artista realizzò per la chiesa un ciclo di affreschi oggi conservato a Brera) tutta intessuta di influenze fiamminghe e relativamente indipendente da quel gusto leonardesco cui i contemporanei si stavano nel frattempo accodando.

madonna Bergognone026

Se si vuole seguire un percorso cronologico, si passa poi direttamente alla cappella centrale del deambulatorio (dietro il presbiterio) che ospita il Battesimo di Cristo di Gaudenzio Ferrari (1475-1546), forse il più grande pittore lombardo del secolo. La tela è una delle ultime dipinte dall’autore dopo la grande impresa del Sacro Monte di Varallo e si caratterizza per una composizione semplice e simmetrica, in cui la vena espressionistica che secondo il Testori percorre la sua pittura si stempera in toni più dolci e lirici. La nube con il Padreterno e putti denota una conoscenza dei modelli elaborati dal Pordenone in Santa Maria di Campagna a Piacenza.

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La caduta di San Paolo del Moretto (1498-1554), con l’ardito scorcio del cavallo impennato il cui museo emerge dalla penombra, nella prima cappella a sinistra del deambulatorio, invece, è una prova di virtuosismo del pittore bresciano ispirata all’opera di analogo soggetto del Parmigianino.

Conversione Paolo

Anche i putti nella volta sono stati riconsegnati all’artista da un giovane studente della Statale, modificando la storica attribuzione al lodigiano Callisto Piazza (1500-1561). A quest’ultimo si deve, invece, il monumentale e relativamente “classico” (rispetto al linguaggio spesso eccentrico dell’artista) San Gerolamo nella cappella seguente. Sono ben 3 le tele del cremasco Carlo Urbino (1525? – 1585) presenti nel deambulatorio, che si distinguono per le composizioni affollate di figure e il colore livido degli incarnati. Siamo ormai in pieno Manierismo, le cui bizzarrie “esplodono” nell’ultima cappella a destra del deambulatorio con la Resurrezione del cremonese Antonio Campi (1524-1587) dove la figura – pur monumentale – del Cristo sembra offuscata dalla massa poderosa e michelangiolesca del soldato in primo piano, che si volge scompostamente alla fuga alla vista dell’Evento.

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Dopo il bell’esempio di come la Maniera fosse contemporaneamente interpretata a Venezia offerto dall’Adorazione di Paris Bordon (1500-1571) nella cappella del transetto destro, si può tornare alla navata sinistra. Qui sono rappresentati, infatti, due tra i più importanti pittori attivi a Milano tra la peste del 1570 e quella del 1630 (per ciò definiti “pestanti” da Testori). Il primo è Giulio Cesare Procaccini (1574-1625) che nell’Assunzione della Vergine e nel Compianto sul Cristo morto, entrambi databili al 1605, interpreta la crisi dei tempi attingendo ancora al languido linguaggio tardo-manierista, discendente dal Parmigianino, appreso in Emilia. Giovan Battista Crespi detto il Cerano (1573-1632), al contrario, dà libera espressione al dramma storico e umano (o a quella “identità tra corruzione della storia e corruzione della carne” di cui parla il Testori) nella cupa tempera con il Martirio di Santa Caterina, databile alla sua piena maturità. La Santa si trova, nella sua disarmata purezza mista ad un certo qual languore, a troneggiare sulla catasta dei corpi stravolti dei soldati, mentre l’angelo – con una trovata ancora manieristica, ma che prelude a quello più celebre raffigurato da Tanzio da Varallo in San Gaudenzio a Novara – plana dal cielo a consegnarle la palma proprio sotto lo sguardo maligno del Tentatore.

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Che poi anche uno spirito pacifico come quello del Procaccini non potesse non rimanere contagiato da tale disfacimento lo dimostra la tela con il Martirio dei Santi Nazaro e Celso nella quarta cappella della navata destra, dove la testa mozzata del santo fa la propria macabra apparizione in un manierista vorticare di masse. Anche questo, direbbe forse Testori, tuttavia, è null’altro che uno zampillio di sangue, un effetto di scena che offre solo un tributo esteriore, più che un’intima adesione, al dramma che nel frattempo si stava consumando.

Procaccini martirio San Celso

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