Nuovo Umanesimo? Antony Gormley @ Forte di Belvedere

Ieri mattina mi trovavo in una rovente Firenze per incontrare Marco, bravissimo archeologo e consulente museale, e nel pomeriggio mi sono concesso una mostra. Scartate quella su Piero di Cosimo agli Uffizi e quella sull’arte francescana all’Accademia per eccesso di coda e di caldo, ho optato per Human, la personale di Antony Gormley al Forte di Belvedere, che non avevo ancora visitato dopo la riapertura. Oltre ad essermi stata consigliata dalla mia curiosissima e sempre affidabile amica Giulietta, la mostra mi aveva incuriosito anche per la dichiarazione fatta all’inaugurazione dal sindaco Dario Nardella, secondo il quale, grazie ad iniziative come questa, Firenze sarebbe tornata al centro di “un nuovo Umanesimo” basato su un “dialogo fertile tra il linguaggio dell’arte contemporanea e quello della grande storia, uno scambio sinergico che produca idee e riflessioni su come l’arte possa essere una stella polare dell’agire umano“.

Affermazione evidentemente suggerita dal titolo della mostra, ma molto affine a quel refrain, orecchiato ai limiti dello sfinimento negli ambienti accademici e culturali durante i 3 anni di dottorato a Firenze, che vorrebbe un ritorno allo spirito del primo Rinascimento come soluzione all’odierna crisi culturale (e, implicitamente, alla perdita di centralità e di identità – ben descritta da Luca Doninelli nel suo recente Salviamo Firenze – di cui sembra soffrire ultimamente la città del Giglio).

A questo riguardo, la mostra offre alcuni spunti interessanti.

NdR: Antony Gormley è uno scultore britannico tra i più noti e quotati, assurto a fama mondiale per la monumentale opera Angel of the North e per le sue serie di calchi in metallo del proprio stesso corpo.

Gormley-Angel

Innanzitutto, il Forte è una location davvero spettacolare per mostre all’aperto, per la bellezza mozzafiato della vista su Firenze e per l’ampiezza degli spazi. Gli “uomini” di Gormley disseminati sugli spalti, appollaiati sulle mura, nascosti discretamente negli angoli o scenograficamente accatastati (come in Critical Mass, opera del 1995 che ricorda le vittime delle follie totalitarie) formano con l’ambiente un insieme di indubbia suggestione. D’altronde, come ha affermato lo stesso Gormley, il 50% della sua opera è fatta dal contesto, come nel caso delle installazioni sulla costa del Mersey e dell’installazione multi-sito Event Horizon.

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Da qui a dire che la mostra possa rappresentare il simbolo, o anche solo la promessa, di un nuovo Umanesimo modellato sui gironi di gloria di Firenze, ce ne corre. Perché? É l’autore a chiarirlo in una bella intervista rilasciata al Daily Telegraph in occasione della mostra: “il pensiero del Rinascimento può essere definito la base dell’Illuminismo che si sarebbe sviluppato nei secoli seguenti. L’idea era che, grazie a principi razionali, avremmo finito per disporre non solo di una tecnologia efficiente, ma anche dei meccanismi sociali necessari affinché si affermasse la giustizia. Ma così non è stato”. Difficile obiettare, alla luce delle secche in cui il “progetto moderno” sembra essersi definitivamente arenato. Come sottolinea un po’ cinicamente il giornalista, d’altra parte, lo stesso Forte di Belvedere, voluto nel 1590 da Ferdinando I de’ Medici più per minacciare che per difendere la città, “é un simbolo di ciò che è andato male con il Rinascimento”.

Sgombrato il campo da equivoci, l’opera di Gormley può riacquistare il suo significato di interrogazione sulla natura umana e sul destino storico dell’umanità (“cosa significa essere umani oggi?”). Domanda che, aggiunge l’intervistatore, era alla radice dello stesso pensiero umanistico e sarebbe sfociata, poco più tardi, negli dilanianti dilemmi di Amleto.

D’altronde, l’umano raffigurato da Gormley è sì modellato sulle fattezze dell’artista, ma ne ha perso il volto e la naturalità della posa, per trasformarsi in un puro calco infinitamente replicabile o, come nelle ultime serie, in una mera sequenza di blocchi geometrici.

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Un umano generico, depotenziato, potremmo dire. Nulla a che fare con lo sguardo tronfio di un David o quello doloroso dell’Ecce Homo, o anche solo con l’umanità ferita e palpitante di un altro grande (più grande) scultore contemporaneo, Ron Mueck.

Di fronte a questo, possiamo davvero limitarci a vagheggiare un “nuovo” Umanesimo modellato sul passato, in cui l’arte ritorni a fungere da “stella polare per l’agire dell’uomo” (se mai lo è stata..)? O è più interessante provare a ripartire prendendo sul serio quelle domande scomode che l’arte di oggi, nella sua parte migliore, può tornare a proporci?

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