Flower power to the people @Unicredit Pavilion

Ieri mi sono avventurato per la prima volta (ognuno ha i suoi tempi!) nel nuovo quartiere di Porta Garibaldi a Milano che finora avevo visto solo nei rendering pubblicati dai giornali prima della realizzazione. Avvicinandomi a piazza Gae Aulenti dalla stazione del metrò, ho provato la strana sensazione di entrare proprio dentro ad un rendering, tale è l’identità tra la visualizzazione del progetto (come lo ricordavo, almeno) e l’aspetto degli edifici, giochi di luce sulle pareti di vetro compresi. Persino il cielo era il tipico cielo da rendering, con qualche nuvoletta bianca qua e la, ma di quelle sottili e innocue, messe lì giusto per non dare l’illusione che ci sia sempre bel tempo (a Milano, poi…). Unica differenza: le persone, ma anche quelle tutto sommato potevano essere state messe lì da un architetto giusto per animare un po’ la scena.

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Il motivo che mi spingeva in quel luogo era la visita del nuovissimo Unicredit Pavilion, spazio culturale che la banca ha voluto definire, non senza retorica, come “un seme piantato nel nuovo centro di Milano, un investimento per il futuro, dedicato alle persone e rivolto alla città e al sistema delle imprese, con particolare attenzione alle nuove generazioni e all’innovazione”. Dall’esterno, l’edificio, progettato dall’ottimo Michele De Lucchi, sembra un palazzetto del ghiaccio e personalmente il profilo mi ricorda più una balena che un seme, ma ad ogni modo spicca indubbiamente nel contesto.

L’interno, una sorta di grande hall sviluppata in verticale su più livelli (un po’ stile nave da crociera ma più sobrio), ospita la mostra “Lo sguardo di…” che espone 73 opere della collezione Unicredit scelte da oltre 100 dipendenti appassionati d’arte, top manager inclusi, coordinati dalla Commissione Artistica interna. Sui media era stata presentata come un esempio di “co-produzione”, “partecipazione”, “inclusione” e compagnia bella, parole-chiave che vengono ormai pronunciate, in qualsiasi ambito, con una frequenza tale da provocarmi un diffuso prurito all’epidermide, suscitando peraltro il lieve sospetto che si tratti di una semplice operazione di marketing, della serie “adesso vi facciamo vedere che anche i banchieri hanno un’anima”.

Messi da parte i pregiudizi, invece, la mostra offre non pochi spunti e motivi di interesse.

Va detto subito: pur essendo una delle collezioni private più importanti d’Italia, non ci sono grandissimi capolavori ad attrarre l’attenzione, a parte un esemplare della celebre Flowers Series di Andy Warhol (che risulta, senza sorprese, l’opera più gettonata dagli aspiranti curatori). Sono ben rappresentati, invece, con pezzi molto interessant,i il Novecento e la fotografia contemporanea italiana (Ghirri, Iodice, Basilico and many more).

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A seguire nelle preferenze dei selezionatori è, sorprendentemente, Il Giocoliere di Antonio Donghi (forse l’autore meglio rappresentato nella raccolta); pochi ed audaci, invece, gli amanti dell’arte del ‘500-‘700, con la significativa eccezione di Walter Guadagnini, responsabile della Commissione Artistica, che ha scelto una Cena attribuita a Tintoretto in onore del grande predecessore Rodolfo Pallucchini.

Ma il centro di interesse dell’operazione intera non sono le opere quanto le motivazioni addotte dagli inediti art scouts (sono già a corto di sinonimi) per la propria scelta. I pannelli, pur offrendo informazioni storico-artistiche ridotte all’osso, presentano un vero e proprio spaccato sociologico-antropologico delle reazioni che l’arte può suscitare nelle persone di oggi, anche in quelle apparentemente (secondo inveterato pregiudizio) più lontane da qualsiasi sensibilità artistica. É qui, infatti, che la libertà e la varietà regnano sovrane: prevale indubbiamente l’associazione del soggetto raffigurato a ricordi, situazioni, esperienze e rapporti personali (esempi eclatanti: i quadri di Donghi e le istantanee della riviera romagnola di Ghirri), ma non sono pochi quelli che prendono sul serio la sfida avventurandosi su un terreno scopertamente curatoriale, senza sottrarsi, in alcuni casi, al cimento con la longhiana “bella pagina”. C’è persino chi scrive una poesia e chi associa (sia lodato!) l’inquietudine manierista di un Salviati alla nostra contemporanea instabilità.

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I registri variano dall’asciutto-lapidario (in questo caso spicca la piacentina concretezza dell’Amministratore Delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, che ha scelto il Minatore di Donghi come simbolo di quell’economia reale che le banche devono tornare a sostenere), all’esperto-pretenzioso, passando per il candido-ingenuo e il lirico-intimistico.

Ad ogni modo, l’operazione riesce nel tentativo di mettere in mostra tutto il potenziale e, allo stesso tempo, i limiti dei suddetti processi di “co-creazione” (gli addetti ai lavori parlano di co-curation per indicare il coinvolgimento dei visitatori nella progettazione delle esposizioni). Da un lato, emerge con sorprendente freschezza lo straordinario potere che l’arte, in tutte le epoche e in tutte le sue forme, possiede di entrare in risonanza con il nostro vissuto e di aiutarci a comprendere il qui ed ora; dall’altra, prende una forma concreta l’idea che in fondo, come siamo tutti CT della Nazionale, in ognuno di noi si nasconde un potenziale curatore (il che implica che l’intermediazione dell’ “esperto” non sia più indispensabile, come dimostra il fatto che le schede descrittive delle opere e le biografie degli artisti sono affidate all’App del padiglione basato sulla super-innovativa tecnologia iBeacon…peccato che le opere segnalate siano circa una per sala o poco più!). Messaggio positivo ed incoraggiante, a parte il rischio che l’operazione finisca per sovrapporsi all’opera, limitando quella stessa molteplicità interpretativa che vorrebbe evidenziare. Mi spiego con un esempio: non è detto che, se la Signora X della filiale di Monselice di Unicredit mi mette a parte del fatto che un (a mio avviso sommamente inquietante benché splendido) lampadario su sfondo nero di Pizzi Cannella le riporta alla memoria le sue fantasticherie adolescenziali da aspirante principessa Sissi, questo mi aiuti ad addentrarmi maggiormente nell’opera o a ricollegarla al mio vissuto. Perché forse è giusto, in fondo, che le reazioni più scopertamente personali e intime restino tali, a meno che non abbiano la forza di farsi se stesse forme d’arte (il che è tutto fuorché banale).

Se il curatore può mantenere un ruolo in questo “fai da te” contemporaneo, poi, forse questo consiste nell’introdurre alla possibilità di vedere l’opera come rilevante per sé, ancorando allo stesso tempo le possibili letture ad alcuni dati “oggettivi” o quantomeno condivisi che aiutino anche a discriminare tra ciò che è soggettività e ciò che è puro arbitrio.

P.S. l’esperimento di co-curation include anche il visitatore, che è chiamato ad esprimersi su quale opera avrebbe scelto tramite un apposito dispositivo touch screen e a motivare la propria preferenza. Al momento della visita sono stato l’unico a cimentarmi, forse anche perché non è chiaro se e come i contributi siano utilizzati.

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